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L’informazione di fronte al ricatto (vitale) dei social

L’informazione di fronte al ricatto (vitale) dei social
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Schermata 2016-02-12 a 14.51.51di Andrea Tortelli (www.giornalistisocial.it) – In pochi se ne sono accorti. Ma con il 12esimo rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione, diffuso a marzo dello scorso anno, il fenomeno – da fluido – è diventato marmo: i social media oggi sono la prima fonte di informazione per i giovani. In particolare il 71 per cento del campione sondato da Censis usa Facebook per restare aggiornato su notizie e tendenze, il 68,7 Google, il 68,5 i telegiornali, il 53,6 YouTube e soltanto il 48,8 per cento usa la radio. I giornali? Non pervenuti. Marginali. “Quisquilie, bazzecole, pinzillacchere, sciocchezzuole”, direbbe Totò.

E’ chiaro che il dato va interpretato. Nella percentuale di Google è compresa una buona parte di link a testate giornalistiche e comunque nell’epoca della pluralità delle fonti chi è davvero alla ricerca di informazioni rimbalza tra diversi media. Ma ciò che emerge con chiarezza è che esiste un popolo, una maggioranza silenziosa forse, che le notizie le “subisce”: legge, cioè, soltanto ciò che i social media offrono. A totale discrezione dei propri amici oppure della volontà occulta della piattaforma ospitante.

I possibili utilizzi dell’algoritmo di Facebook, che ormai per importanza anche economica ha surclassato il terzo segreto di Fatima, aprono scenari inquietanti. E’ noto, infatti, che la schermata iniziale – il newsfeed con gli aggiornamenti degli amici, le pubblicità e i contenuti delle pagine a cui si è messo Mi piace – mostra le “notizie principali” (soi-disant) e non le “più recenti”. Dunque una selezione fatta da Facebook con criteri che non sono noti, se non in minima parte.

La seconda opzione, quella cronologica, si può comunque scegliere, ma quasi nessuno sa come fare. E sull’ignoranza dell’utente medio si giocano tutte le prospettive e i rischi, orwelliani, per il futuro dell’informazione. Facebook è ben consapevole del potere di cui dispone e cerca garbatamente di tutelarsi. Non a caso a chi sceglie di vedere le notizie in ordine cronologico nel newsfeed compare a perenne monito una scritta che recita: “Visualizzazione delle notizie più recenti · Torna alle notizie principali”. Insomma: pentitevi e tornate indietro.

Un assaggio di quello che può fare l’algoritmo magico l’abbiamo avuto nel 2012, quando Facebook ha deciso di condurre con due università statunitensi un esperimento psicologico su 700mila utenti, totalmente ignari di trovarsi nei panni delle cavie. Di fatto l’azienda ha manipolato per una settimana l’algoritmo dei newsfeed in modo che taluni utenti vedessero solo parole o immagini legati a stati d’animo positivi e altri vedessero solo parole o stati d’animo negativi. Con il risultato che “le persone a cui è stata ridotta la quantità di contenuti positivi nel news feed hanno cominciato a scrivere più frasi dal tono negativo e meno parole positive. Quando la negatività è stata ridotta, il modello si è invertito”. Inquietante.

E’ ormai noto, poi, che l’algoritmo di Facebook a parità di condizioni (orario, messaggio e Amici/Mipiace) penalizza i messaggi pubblicati sulle pagine rispetto a quelli dei profili, riducendo il numero di coloro che potenzialmente li visualizzano. Il motivo è banale: le pagine sono uno dei principali strumenti di guadagno di Facebook (l’altro è la superprofilazione degli utenti, ma non è questa l’occasione per parlarne) e la visibilità dunque va pagata.

Ma anche qui per l’informazione si aprono scenari inquietanti, di cui sono già evidenti i primi segni. L’algoritmo delle fan page pare sempre più penalizzante (nel 2015 il traffico da Facebook dei 30 principali siti di news è crollato del 32%) e l’impatto economico su media che vivono in gran parte grazie ai clic delle condivisioni virali potrebbe essere devastante. Penso a realtà come Fanpage, Today e Blastingnews, oppure a Buzzfeed. Mezzi oggi sostenibili a differenza dei grandi media che talvolta inseguono i clic e altre volte li snobbano nel nome di una presunta qualità. Ma domani?

Certo, pagando 6 centesimi un clic a un ragazzino di belle (o pessime) speranze non si arriva molto lontano. La qualità ne risente per forza: non si fa ricerca, non si risale mai alle fonti, si “bannano” i virgolettati (ma solo perché Google penalizza i testi identici ad altri). Inoltre si crea un assurdo loop comunicativo per cui tutti tendono a riproporre gli stessi pezzi, quelli che sui concorrenti generano più clic e condivisioni.

In Italia – partendo dal presupposto che quello di Palo Alto sia un monopolio ormai intoccabile – qualcuno ha provato a spingersi oltre inventandosi un giornale direttamente su Facebook. L’esempio de La cronaca italiana, giornale senza un sito che vive “soltanto” dell’attività su Facebook e Instagram, è significativo. Ma senza il doping di alcuni concorrenti, i numeri faticano a decollare, soprattutto se si prova a fare social-giornalismo di qualità (ammesso che esista). Le statistiche dettagliate, ovviamente, sono riservate: meno di 5mila Mi piace totali sono però poca cosa a fronte degli oltre 5 milioni di Fanpage. Inoltre qualche numero è scappato, come un video di Youtube che in 24 ore ha raccolto solo 172 visualizzazioni. Bastano?

Secondo molti non resta comunque che rassegnarsi. Non resta che cedere di fronte alla posizione dominante di Facebook e al suo progetto di Instant Articles che porteranno gli editori a entrare direttamente sulla piattaforma (e dunque a diventare dei subappaltatori dell’informazione) realizzando così il sogno di Zuckerberg, cioé che gli utenti non escano mai dal suo sito durante tutta la loro vita digitale. Alternative? Che fine farebbero già domani mattina certi giornali se Facebook decidesse di chiudere improvvisamente i rubinetti delle visualizzazioni, magari – arbitrariamente – solo i loro? E se dopodomani li chiudesse per tutti producendo contenuti? Pensate poi a cosa potrebbe voler dire per un imprenditore essere bannato dalle piattaforme pubblicitarie di Facebook o da Google (succede, ed è a vita: l’ho provato sulla mia pelle per essermi perso un paio di mail quando ero poco più che maggiorenne), che già oggi sono dominati.

Ancora una volta si tratta di scenari inquietanti. Inquietanti perché ad oggi le alternative non sono credibili e non sono efficaci. Il Corriere ha deciso di lanciarsi nell’avventura del paywall, sperando che la qualità paghi e che il resto lo faccia l’effetto long tail in stile Amazon. Io ho qualche dubbio. Ma il tempo (poco) dirà se “l’è peso el tacon del buso”, se è peggio la toppa del buco, o se il buco creato dai social è una voragine cosmica.

LA RIFLESSIONE E’ STATA ANCHE PUBBLICATA SU CHEFUTURO.IT A QUESTO LINK.

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