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Facciamo un po’ come ci pare: si chiama Giornalismo 2.0

Facciamo un po’ come ci pare: si chiama Giornalismo 2.0
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Pubblichiamo di seguito un’interessante riflessione di Alessandro Robecchi dal titolo “Facciamo un po’ come ci pare: si chiama Giornalismo 2.0″ pubblicata su Il Fatto Quotidiano. Nell’articolo si affronta la questione della bufala pubblicata dall’Unità, che ha ipotizzato la presenza della grillina Raggi in un video con Berlusconi rfiutando la smentita nel nome del “giornalismo 2.0”. Di seguito il testo integrale:

Una foto notturna e sfocata, pubblicata con grande evidenza. Un titolo a nove colonne: «E’ Matteo Renzi quello che entra alle tre di notte nella sede di Scientology?». Immaginate di leggerlo, che so, sul Corriere della Sera, o su Repubblica, o di vederlo nell’apertura di un telegiornale. Immaginate (dai, questo è facile) che il giorno dopo Renzi dica: no, non sono io quello nella foto e che chieda una rettifica. E già che ci siete immaginate anche che i responsabili della bufala dicano: no, non rettifichiamo, perché questo è Giornalismo 2.0.

Ecco fatto, è andata proprio così. Dopo aver pubblicato un video della serie “Meno male che Silvio c’è”, e aver titolato “E’ la Raggi quella nel video?”, richiesto di una rettifica, il direttore de l’Unità, Erasmo De Angelis ha risposto: «no, perché non è un’operazione politica, ma è Giornalismo 2.0». Riassumo. C’era un giornalismo 1.0 che trovava le notizie, le verificava, si accertava bene di non dire una cazzata o una falsità e poi la pubblicava. Avendo in una vita precedente lavorato all’Unità e in vite successive in altri giornali, so che c’era sempre qualcuno, collega anziano o burbero caporedattore, che diceva: «Controlla bene, eh!». Che palle, sta cosa di controllare le notizie. Ora finalmente arriva l’upgrade, il Giornalismo 2.0 che semplifica le cose all’utente: prendi la prima puttanata che trovi in rete e che ti fa comodo, e la pubblichi con un punto di domanda. Tipo: «Era Giorgio Napolitano il graffitaro che ieri notte ha imbrattato la metropolitana?». All’Unità dicono che si può fare, e chi sono io per smentirli? Che poi, a pensarci bene, non è che l’applicazione di un altro programma già operativo da secoli, Lettere Anonime 2.0 (”Era tuo marito l’altra notte al night con una minorenne?” Firmato: un amico).

Naturalmente un caro pensiero va ai tanti colleghi che si affannano per difendere questo povero mestiere che era il Giornalismo 1.0, quelli che fanno i convegni su giornali e web, quelli che ti obbligano ai corsi di deontologia professionale. Tutto superato dal Giornalismo 2.0 messo a punto nella software house fondata da Antonio Gramsci e oggi diretta da Erasmo De Angelis. Ma come si sa l’evoluzione tecnologica è veloce, frenetica, supera in rapidità anche i nostri stupori. Così quando ancora noi saremo qui a perplimerci per il Giornalismo 2.0, sarà già allo studio il Giornalismo 3.0, pure quello con punto di domanda: “Siamo stati noi a rigare la macchina alla Raggi?”. Oppure si potrebbe arrivare a ribaltare alcune sane tradizioni comuniste che cancellavano la gente dalle foto ufficiali (Trotsky che scompare dalle foto con Lenin), aggiungendole, invece che levarle, con abili fotomontaggi. Facile immaginare i titoli dell’Unità: “Che ci faceva Fassina a cena con il mostro di Rostov?”. Oppure: “Ma è per caso Landini questo boia dell’Isis?”. Chiedendo smentite e rettifiche ci risponderanno: ma no! È Giornalismo 5.0… ma tranquilli, stiamo elaborando il Giornalismo 6.0, quello in cui si aspettano gli avversari politici direttamente sotto casa con una mazza da baseball.

Se la cosa prenderà piede sarà come agevolare il traffico abolendo gli stop e i semafori e dotando le auto di mitragliette sui parafanghi. Sarà una specie di Trasporto Urbano 2.0. Va detto che in confronto al Giornalismo 2.0 che ci insegna il direttore de l’Unità, il “metodo Boffo” tanto vituperato solo qualche anno fa (e per cui si alzarono cori unanimi di condanna) sembra un trattato di etica giornalistica. Ma chi siamo noi per fermare il progresso? Si arriverà all’estremo, persino al grottesco. Esagero: si arriverà all’assurdo, a chiedersi in un titolo a nove colonne, con una foto sotto: “Ma è questo il giornale fondato da Antonio Gramsci?”. Non serve rettifica.

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