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Diamoci una mossa, colleghi

Diamoci una mossa, colleghi
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10301938_10204163237973526_8643486087374788105_ndi Laura Guglielmi (direttore di www.mentelocale.it)

In Italia manca una strategia per difendere la professione, la dignità dei giornalisti, e di conseguenza la libertà di stampa. Spesso si ragiona con schemi antichi, ci si arrocca su posizioni difensive che ora sia per la crisi, sia per l’avvento di internet e dei social network, non riescono a portare più risultati. Le regole, anche i contratti, sono state pensate per un mondo che non c’è più.

Una categoria – quella dei giornalisti – che era riuscita a raggiungere un forte livello di consapevolezza, salari alti anche grazie ai finanziamenti pubblici. E che produceva un’informazione di buona qualità, sempre per i parametri italiani.

Ora quel mondo è scomparso, l’ho già detto.

Per essere liberi di esprimersi, bisogna essere compensati. Avere degli stipendi degni di questo nome. Ma le piccole testate, pur di qualità, non ce la fanno a star dietro a salari conquistati dai colleghi in anni migliori. Necessita a parer mio una nuova contrattualistica che permetta alle testate web di pagare stipendi più che dignitosi, ma consoni ai tempi.

Di fronte a nuove regole, si può ovviare allo stillicidio che vediamo oggi. Tante piccole testate vomitano notizie tutte uguali, mandano on line articoli non firmati, scritti a casa da collaboratori mal pagati, che hanno il compito di piazzare bene gli articoli su Google, con le giuste parole chiave, con il solo scopo di fare visite. Ormai con internet non c’è più bisogno di una redazione fisica e i giornalisti lavorano da casa e non sono rintracciabili. Quante sono queste testate fantasma? Centinaia. Non verrebbero alla luce se ci fosse un contratto adatto ai tempi? Forse sì, forse no.

Mi ricordo un volta che Umberto La Rocca, quando era direttore del Secolo XIX, mi ha raccontato di quanto fosse furibondo, perché diversi siti web rubavano notizie alla sua testata, cambiavano qualche parola e voilà l’articolo era on-line. Succede anche a noi. Concorrenza sleale. Come regolamentare tutto ciò?

Inoltre, sul web, anche le testate storiche fanno spesso confusione tra informazione e pubblicità. Questo è un altro grande problema, che più che toccare la libertà di stampa, tocca la libertà del lettore di essere informato adeguatamente. Siamo in pochi, credo, a capire – a volte – se un contenuto correlato è una pubblicità o un articolo.

Vorrei raccontare anche questo spiacevole episodio: una mia tirocinante dopo aver finito il periodo da noi è stata contattata da una piccola testata. Le hanno chiesto di scrivere articoli e allo stesso tempo di chiedere la pubblicità alle persone che intervistava. Mi aveva voluto incontrare per chiedermi se era giusto, perché da noi non aveva visto niente di simile. Per fortuna poi ha fatto un altro tirocinio a Rainews24.

In un momento già di per sé tragico per il giornalismo italiano, si aggiungono i social network e soprattutto Facebook, che certo non aiutano questa situazione allo stremo. Così come Google.

Li considero grandi e geniali invenzioni, ma ormai approfittano del loro ruolo dominante per sfruttare il lavoro degli altri senza pagarlo. Google e Facebook, ad esempio, non hanno un solo giornalista dipendente in Italia eppure forniscono – attraverso link – milioni di informazioni prodotte da redazioni pagate da editori italiani, e in questo modo diventano essi stessi un gigantesco giornale che poi riempiono di pubblicità. Ma non solo. Facebook arriva all’assurdo di pretendere di farsi pagare per dare visibilità alle notizie delle testate giornalistiche di tutto il mondo.

Qualcuno potrebbe pensare che in realtà i social e Google aiutano gli articoli a essere letti da più persone. Ebbene non è proprio così. Google sceglie di mettere in vista chi si adegua ai suoi canoni, così come Facebook, che, tra l’altro, per far girare gli articoli postati sulle pagine delle testate, come ho appena detto, chiede anche i soldi.

Se una testata apre una pagina Facebook, a mano a mano che diventano più numerosi quelli che mettono “mi piace” diminuisce la portata dei link degli articoli postati, cioè la visualizzazione nelle homepage degli utenti. Dopo i 25.000 like la situazione diventa sempre più difficile. Il senso comune direbbe che gli articoli dovrebbero essere visualizzati da più lettori se hai più iscritti. No, è l’esatto contrario. Ti arriva una finestra che ti dice: Metti in evidenza il tuo post e, se tu ci clicchi sopra, ti invita a pagare per far girare di più il tuo articolo e farlo arrivare su più homepage. Un articolo diventa quindi semplicemente una merce da vendere sui social. Come la pubblicità di un paio di scarpe.

Ma le disgrazie non sono finite qui: Google e Facebook raccolgono quintali di pubblicità in Italia e in tutto il mondo, da aziende piccole e grandi. Anche pubblicità locale, e questo va a discapito del fatturato di tutte le testate giornalistiche, dalla carta stampata alle televisioni, dalle radio alle testate web. Gli uffici marketing di molte aziende – dalle multinazionali al locale trendy sotto casa – preferiscono investire sempre più sui social invece che sulle testate che fanno informazione.

Molte aziende e anche le testate, inoltre, spendono soldi per compensare un’intera generazione di nuovi giornalisti tra virgolette che si definiscono anche “social media editor”. Cioè investono soldi per compensare professionisti che stanno dietro ai social. Per fare marketing di un prodotto, di un articolo come di un paio di scarpe. Appunto.

Un altro mio tirocinante milanese che per fortuna ora si è piazzato bene, ieri mi ha chiesto di mettere “mi piace” a un inserto di un’importante testata nazionale: l’ho fatto! Ma dato che è proprio bravo non potrebbe occupare il suo tempo in altro modo?

Come uscirne? Facendo pagare le tasse a queste multinazionali dell’informazione in maniera costante e consona nei paesi dai quali ricavano miliardi di euro. E una mia piccola proposta, sarebbe di darle alle testate – grandi e piccole – che fanno informazione, nonché alle start up di giovani che lavorano sul web a diversi titoli. Un po’ come se Google e Facebook restituissero i soldi a chi lavora per loro gratis.

Ma cosa ci vorrebbe? Un comitato scientifico di esperti che sapesse scegliere – e non in base all’amicizia e all’appartenenza – chi ha diritto a questi fondi. Un sogno? Bisogna pur sognare per cambiare le cose, o no?

Ormai la grande massa legge le notizie postate su Facebook dagli amici. La vera e grande “testata” di successo oggi in Italia, con un fatturato in incredibile crescita è proprio Facebook, che non deve sottostare alle leggi fiscali del nostro paese e nemmeno alla contrattualistica.

Una situazione paradossale sulla quale si riflette poco. Il web che, come diceva Franco Carlini, uno dei miei maestri, poteva diventare il regno della libertà e della democrazia, sta sempre più diventando il regno del bengodi per pochi miliardari, con aziende quotate in borsa.

E come gioca la libertà di stampa in tutto questo? Molte testate pubblicano sulle loro pagine Facebook gattini e cagnolini, per attrarre l’attenzione dei lettori. Su Facebook vediamo quante notizie false e quante bufale vengono fatte circolare, e la gente ci casca. Succede anche ai colleghi di testate storiche, che pubblicano notizie false che trovano su Facebook. Notizie che poi devono smentire. Non si cercano più le fonti, si crede che su Facebook circolino solo notizie credibili. Ogni tanto ci caschiamo tutti.

In conclusione, se i colleghi sono costretti a inserire le parole chiave su Google, piazzare bene il pezzo sui social, rimane sempre meno tempo per approfondire le notizie. Ormai l’urgenza è farle circolare, piuttosto che elaborarle secondo i criteri della deontologia. Figuriamoci se le giovani generazioni, in questa confusione, hanno tempo di occuparsi della libertà di stampa. Devono pensare a come mettere insieme il pranzo con la cena. E in pochi hanno il coraggio di formulare un pensiero originale. E chi lo fa, chi ha la libertà di farlo, spesso scrive gratis, per testate militanti, come sto facendo io ora. Che però il lavoro ce l’ho.

L’Italia poi è un capitolo a parte. La situazione è ancora peggio, come sappiamo tutti. Nella classifica di Reporters sans Frontieres il nostro paese, nel 2016, ha perso ancora 4 posizioni, scendendo dal 73° posto del 2015 al 77°, su un totale di 180 Paesi. L’Italia è il fanalino di coda dell’Unione Europea, seguita da Cipro, Grecia e Bulgaria.

Diamoci una mossa, colleghi, guardiamo al presente, e al futuro. Non al passato.

Cerchiamo di uscire fuori da questa situazione, altrimenti la categoria – nei prossimi dieci o vent’anni – potrebbe scomparire del tutto. O essere sostituita da professionisti del marketing.

(Intervento fatto in occasione di una tavola rotonda sulla libertà di Stampa, info al seguente link: http://www.mentelocale.it/agenda-eventi/genova/25339-festival-poesia-liberi-essere-informati-tavola-rotonda.htm )

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LA BIOGRAFIA: Laura Guglielmi, giornalista, dirige da 15 anni il web magazine mentelocale.it. Ha navigato in acque antiche – i quotidiani cartacei – ma si è adeguata con entusiasmo e spirito critico ai new media. Ha lavorato, anche come interna, per le pagine culturali de “Il Secolo XIX”. Negli anni ha collaborato con Radiorai, “Il manifesto” “Repubblica delle donne” e “Tuttolibri” della “Stampa”.

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La mappa della libertà di stampa nel mondo (fonte Wiki)

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2 Comments

  1. Nell’era di Internet siamo tutti più disinformati.E’ scaduta la professione e fare il giornalista per molti, significa far parte di una cordata, oppure appartenere ai palazzi del potere, dove si redigono notizie che trasmettono il volere del pensiero unico. La bravura è un optional e nessuno racconta più la realtà. Non è un caso che i giornalisti siano evitati come una peste bubbonica, da parte della gente. Spesso e volentieri i fatti vengono alterati e si racconta solo ciò che conviene. Si mettono insieme parole le une vicino alle altre e si evita di fare opinione. Se ti azzardi sei una persona scomoda, da eliminare, come si fa con un click eliminando post da fb o Google.. Fa il giornalista chi si adegua alle regole dei potentati di turno. Basti vedere cosa succede negli uffici stampa dei vari organi istituzionali. Sono persone quelle ingaggiate, amici di del “mi manda Picone” e che occupano posti che non gli competono affatto. Oggi raccontare la realtà è un reato. Si fanno notizie da minestrone, ci metti tutto dentro ma non c’è niente come sapore predominante Inoltre ciò che rimane statico è questo rapporto perverso con la Tv. Devi apparire non essere ed anche se sei una capra, ma vestito da trendy o secondo le tendenze dell’ultima moda, sei salvo. Inoltre in Tv acquisti punti se hai scritto un libro. Oggi tutto lo fanno,e se fin’ora non ne hai scritto nessuno, meglio che ti ritiri a vita privata. D’altronde le multinazionali assorbono creatività ed intelligenze, per far funzionare la macchina azionata dall’alto, ragion per cui questo mondo, sta creando dipendenza e determinando schiavitù e conformismo che tendono a massificare gusti e scelte delle masse. Serve tutto questo, in quanto sul modo di agire delle masse si tastano campagne pubblicitarie, la cui riuscità è determinata dal gradimento del prodotto. In pratica ho l’impressione che si viva dentro dei format, ben strutturati, dove segui soltanto delle regole per la buona riuscita del prodotto finale. Merce null’altro che merce. Bisogna circuire i lettori dar loro l’impressione che contano e scelgono, ma le scelte sono pilotate dall’alto. Per farla breve l’unico modo per uscire da questa piattezza di idee è quella di cominciare a raccontare la realtà con passione, dovizia di particolari, imparando a sfidare i guri della finanza e dei distruttori di idee. Mettere da parte il cinismo di quanti si mettono a tappetino, e decidere se sfidare i potentati di turno, per ripristinare un minimo di Giustizia e Verità

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  2. Buongiorno Laura, ho letto con molto interesse il tuo articolo, e mi trovo molto d’accordo con te quando dici che molte testate producono notizie identiche, o quasi. Ma credo che Google e i social network potrebbero essere uno strumento per aiutare a difendere la professione dei giornalisti e la libertà di stampa. In fondo, uno degli scopi per i quali sono nati è proprio diffondere il più possibile l’informazione.

    I social network e i motori di ricerca hanno infatti il vantaggio di dare visibilità agli articoli – una visibilità che altrimenti faticherebbero ad avere. Questa visibilità può essere sfruttata per attirare l’attenzione dei potenziali lettori e portarli al sito web della testata, dove viene offerto un approfondimento. E chi è davvero interessato ad approfondire una notizia, a leggere il vero lavoro di un giornalista, è anche disposto ad acquistare la copia cartacea, o abbonarsi all’edizione digitale della stessa.

    Insomma, Internet offre degli strumenti potenti anche ai giornalisti, ma forse sta anche a chi vuole fare giornalismo di qualità non cadere nel gioco facile delle piccole testate, che copiano le notizie da altre fonti, ma offrire vero contenuto di qualità, non credi?

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